Cose da ragazze: il fenomeno del femminismo sui social

Mano aperta con simbolo di Venere

“Cose da ragazze” è spesso il modo in cui viene percepito il femminismo sui social italiani: contenuti accessibili e target chiaro. Ma renderlo un tema solo femminile quanto è davvero efficace?

Il femminismo social e le “cose da ragazze”

Negli ultimi anni, il femminismo sui social italiani è cresciuto in modo esponenziale. Tra Instagram e TikTok, contenuti su consenso, relazioni, corpo e linguaggio inclusivo vengono prodotti e condivisi ogni giorno da creator e divulgatrici. Eppure, nonostante la loro diffusione, questi contenuti vengono ancora spesso liquidati come “cose da ragazze”.

Ma cosa significa davvero questa espressione?

Da un lato, descrive correttamente il target principale di questa comunicazione. Il femminismo social italiano parla soprattutto a ragazze giovani: studentesse e donne che si trovano nelle prime fasi della costruzione della propria identità. I contenuti sono pensati per loro, il linguaggio è diretto e il tono è confidenziale. Non è un caso che molte creator costruiscano il proprio racconto partendo dall’esperienza personale, creando un senso di vicinanza e riconoscimento.

Alcuni esempi di influencer oggi

Figure come Jennifer Guerra e Giulia Blasi, per citarne alcune, hanno contribuito a rendere il femminismo un discorso quotidiano. Qui il fenomeno diviene esperienza condivisa, prima ancora che teoria. Eppure, definire questi contenuti come “cose da ragazze” ha anche un effetto riduttivo. Implica che si tratti di qualcosa di secondario e meno rilevante, qualcosa di riservato solo a una parte della popolazione. Come se parlare di relazioni, corpo o sessismo quotidiano non avesse un valore politico più ampio.

Ed è proprio questa ambivalenza che rende il fenomeno interessante: il femminismo social è contemporaneamente centrale per chi lo vive e marginale per chi lo osserva dall’esterno.

Una comunicazione non ancora abbastanza studiata

E mentre il pubblico maschile rimane ancora un pò trascurato da questo tipo di comunicazione, emerge anche un’altra problematica non ancora risolta. Se le ragazze sono il target principale, perchè ci sono ancora così pochi studi sociologici che le riguardano?
Le ricerche italiane esistenti si concentrano soprattutto sulle modalità comunicative. Studi come A Study in Pink (2024) analizzano le strategie delle influencer, mentre altri lavori esplorano il rapporto tra attivismo e piattaforme digitali. Sappiamo quindi abbastanza bene come il femminismo viene raccontato sui social, non sappiamo però quello che succede dopo.
Non esistono, ad oggi, studi sistematici in Italia che analizzino l’impatto di questi contenuti sulle giovani utenti. Non sappiamo con certezza se aumentano la consapevolezza e se influenzano comportamenti o relazioni. In altre parole: non sappiamo quanto siano efficaci.

Un’assenza soprendente

Questa assenza risulta sempre più soprendente, soprattutto considerando che il target è ben definito. Se le ragazze sono le principali destinatarie di questa comunicazione, dovrebbero essere anche il principale oggetto di studio. E invece restano, in gran parte, invisibili dal punto di vista della ricerca.
Le ragioni possono essere diverse. Il fenomeno è recente e in continua evoluzione, difficile da analizzare con strumenti tradizionali. Inoltre, il fatto che venga percepito come “leggero” o legato ai social può aver contribuito a sottovalutarne l’importanza accademica. Ma c’è anche un altro elemento: studiare la ricezione è più complesso che analizzare i contenuti. Richiede tempo, dati, metodologie articolate.

I risultati più recenti sulla percezione maschile

D’altro canto i dati recenti ci raccontano come i maschi della Generazione Z siano più conservatori dei loro genitori, mostrando opinioni sui ruoli di genere più tradizionaliste. Uno studio del 2025 realizzato dal King’s College London ha rivelato che il 31% della popolazione maschile nata tra iil 1997 e il 2012 concorda sull’obbedienza della moglie al marito, segnalando una crescente resistenza alla parità di genere.

Sono davvero solo “cose da ragazze”?

Se il femminismo social resta confinato tra ragazze che già condividono certi valori, il suo impatto potrebbe essere limitato a una rafforzamento interno. E se questo rafforzamento non viene studiato non sapremo mai quanto riesca a trasformare linguaggi e comportamenti.
Alla fine, la domanda iniziale torna con più forza: sono davvero solo “cose da ragazze”?
Forse sì, nel senso che sono prodotte da ragazze, per ragazze, e radicate nelle loro esperienze. Ma proprio per questo, non sono affatto marginali. Sono uno spazio di costruzione culturale, identitaria e politica che meriterebbe molta più attenzione.

E forse il vero problema non è che siano “cose da ragazze”, ma che continuiamo a trattarle come se non contassero abbastanza da essere studiate.

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